Lo chiamo mentre è a Londra a registrare puntate di Querty. Lui è Matteo Scandolin, uno dei pochi a cui
faccio leggere in anteprima le cose che scrivo anche in prima stesura
(sant’uomo) e che ha fatto l’editing dei racconti (ancora pochi) che ho finora
scritto e pubblicato. Instancabile e profondo conoscitore del web (nonché
ipercritico con i film – ma proprio tutti eh - che gli propongo di vedere, e
propositivo ma implacabile sui racconti che scrivo, ma questo forse non
c’entra) credo Matteo sia il più grande innamorato del digitale, e di quel che
il digitale possa narrare e proporre, che io conosca. Tramite lui, sto intuendo
che le forme digitali di narrazione sono realtà vive, concrete, e in crescita
esponenziale. Non conoscerle, o peggio ignorarle, è da moderni analfabeti.
Matteo Scandolin, a Londra, assorto scalzo e spettinato su un tappeto (foto di Lucia Rinolfi)
“Ho
aperto un blog”, e lui “su che piattaforma?”. Voglio dire, le prime domande che
una si aspetta sono di cosa parli? perché lo fai? da quando hai mente un blog,
e non me lo hai mai detto? Ma forse Matteo si fida, forse non gli interessa
saperlo, resta il fatto che sul contenuto non mi fa una sola domanda (tanto sa
che glielo dirò io, senza che lo chieda). Lui vuole sapere ”su che piattaforma”:
il suo interesse si è acceso sul digitale. Lui parte da lì.
“Me
la rilasceresti un’intervista?” e lui “ok, vai con le domande”
Io: Spiega tu chi sei, vai.
Matteo: Dunque, sono nato a
Venezia nell’82, sono cresciuto a Mestre. Mia madre mi ha fatto nascere a
Venezia perché io potessi dire: sono nato a Venezia: ha sempre un certo
fascino. Ho contribuito a fondare inutile nel 2005, l’ho diretto dal 2007, poi
dal 2012 ho iniziato a fare podcast. Nel 2015 ho contribuito a fondare Querty.
Faccio podcast e riviste. Una volta scrivevo racconti, ma per la fortuna di tutti
ho smesso. Poi siccome mi è venuta la noia assoluta per l’editoria e tutti i
discorsi che si fanno intorno a essa - ma anche agli scrittori, e allo scrivere
- nel 2016 ho fondato assieme a Claudio Serena una succursale di inutile,
che si chiama No Rocket Science e si occupa esclusivamente di tecnologia e
cultura.
Io: Non so perché hai
smesso di scrivere, ma vabbè, come al solito mi fido. Fai comunque un sacco di
roba, e che gran roba. Che stai combinando ora a Londra?
Matteo: (Scusa, un appunto: ho
smesso di scrivere perché magari avevo del talento, ma non era la mia strada.
C’è tanta gente che sa scrivere meglio di me, e non vedo perché introdurre nel
mondo delle cose che non sono belle e valide come quelle di chi sa scrivere
davvero.)
Venendo
all’ultima domanda: sono a Londra per proseguire nella registrazione del
podcast che sto producendo assieme a Lucia Rinolfi, per Querty. È un progetto
che è partito alla carlona, e si è rivelato molto più profondo di quello che
pensassimo. La prima puntata è uscita giovedì scorso: ce ne sono altre sei. E
noi siamo davvero orgogliosi di quello che abbiamo fatto.
Io: Cos’è Querty?
Matteo: Querty è
un network di podcast. I podcast sono come la radio, ma senza la radio e meglio
della radio. Parliamo di cultura pop e meno pop, affrontando cinema, musica,
giochi di ruolo, fumetto, fantascienza, e altro ancora. Abbiamo vinto come
miglior radio online nel 2015 e realizzato il più lungo streaming audio del mondo (56 ore, 12 minuti ininterrotte).
Io: Da quando ti svegli a
quando vai a dormire, quanto del tuo tempo, pensieri, energie sono
riservati alla tua presenza sul web? E quanto risente della tua passione per
la narrazione in senso largo?
Matteo: Della mia presenza sul web
mi interessa davvero poco: se la gente conosce inutile, Querty o No
Rocket Science e pensa che siano delle produzioni eccellenti e belle e care
al loro cuore, ma non sanno che dietro ci sono, in parte, io: chi se ne ciava.
Quello che mi interessa è riuscire a produrre dei contenitori di cose
interessanti e che questi contenitori siano diffusi il più possibile, perché
credo che quello che facciamo sia davvero interessante e non inquini la qualità
dell’aria, come direbbe la cara Sara Pavan. D’altro canto, credo che tutto
quello che faccio sia influenzato dalla mia formazione come narratore. A
raccontare storie in forma di libri facevo ridere i polli, allora le racconto
sotto altre forme. I link che mettiamo su No Rocket Science, forse, se
saremo bravi, chissà, devi dirmelo tu, ma io ci spero, presi nel loro insieme
tra 5 anni, racconteranno da una parte quello che è successo in ambito
tecnologico e come questo ha influenzato il nostro modo di fare cultura, e
dall’altro espongano anche la nostra visione, su questa storia.
Io: Mi piace assai!
Matteo: Grazie! Il problema è
sempre sul lungo periodo, ma per il breve periodo i complimenti fanno bene e
danno energia. Se vuoi aiutare sul lungo periodo, puoi associarti a inutile,
o a Querty. (Sì, lo so che sei già socia di inutile: ma magari i tuoi
lettori no!)
Io: Come vedi il presente e
il futuro del digitale?
Matteo: Ah, boh, bene direi. C’è
un po’ di razzismo, ma è normale: è successo durante tutte le innovazioni. Il
digitale è stato affrontato malissimo e adesso ci si è rassegnati a
sopportarlo, nella speranza che vada via il prima possibile. Non credo che se
ne andrà (a meno che non accada una guerra nucleare stile Ken il guerriero),
e anzi, crediamo che abbia portato possibilità enormi, che bisogna solo saper
riconoscere, gestire. D’altro canto, qualche secolo fa ci furono gli oppositori
al libro stampato, opera del demonio: quelli che non sopportano l’ebook gli fan
le pippe, a confronto.
Saluto Matteo con il consueto ci sentiamo presto, e ringraziandolo. In conclusione: è chiaro che la strada del digitale chi la ferma più. Però va capita e conosciuta: per gestirla, affrontarla
al meglio, sfruttarne le possibilità.
