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mercoledì 30 marzo 2016

Edith Wharton, Xingu, e gli scivoloni snob degli intellettuali

Ho conosciuto la grandezza di Edith Warthon all'università, ai corsi di Letteratura Nord Americana. Di suo, mi fu dato da leggere di tutto, specie i romanzi più noti. Ma è stato anni dopo che ho scoperto un suo racconto che è, come si dice, un insegnamento di vita: un monito consegnato con garbo e leggerezza, ma che poi ti ricordi come l'educativo schiaffo della nonna.

                                                                 Edith Wharton

Trovato in una bancarella, "Xingu", volumetto di 61 pagine, è stato, come dire, uno degli incontri letterari più rilevanti della mia vita fino a oggi. Quelle cose semplici ma fondamentali che, se non le conosci, puoi anche diventare un Nobel o un Pulitzer, ma sarai decisamente a rischio di far bella mostra di scarso valore.
Alcune signore dell'alta società americana di inizio 900, che potrebbero essere oggi notevoli frequentatori di festival letterari o anche, perché no, di facebook (l'alto e il basso qui non fanno distinzione), fondano un esclusivo club dove discutere di libri e dove "... ciascun membro aveva potuto così esprimere la propria opinione o appropriarsi di ciò che gli suonasse bene nei commenti altrui...".
Dopo molta ed emozionata attesa, dato che "il desiderio di propiziarsi una divinità è inversamente proporzionale alla sua disponibilità", la romanziera sulla cresta dell'onda, colei che è assolutamente indispensabile avere letto, arriva a una riunione delle emozionate signore. E mentre la famosa ospite fa mostra della sua alta considerazione di sé rispetto alle convenute adoranti ("Nel leggervi, non definiamo ma sentiamo", "Il cervelletto" osservò, "non è raro che sia la sede delle emozioni letterarie"), una signora neo inclusa nel gruppo, particella impazzita, fa una domanda, anzi "la" domanda all'ospite: "Che ne pensa di Xingu?"
Credo non smetterò mai di ringraziare la cara Edith, che mi batte sulla spalla e anche a me ricorda: "Che ne pensi di Xingu?"
E ora a voi, miei cari. Potete leggerlo in versione originale cliccando su Xingu (1916),
o in versione tradotta qui




sabato 26 marzo 2016

Mozart

Per me, uno di quelli che lo nomini e poi dici: la Bellezza.


Una cosa che mi ha sempre colpito della sua musica, è l'allegria, l'archiettettura perfetta, l'eleganza. Però: anche quando componeva la tristezza, il lutto, insomma il dolore, lui ce la metteva, la Bellezza. Mica le lacrime, il sentimentalismo, l'urlo scomposto. No. Il dolore: che diventa bello.
Come facesse, non lo so, ma lo faceva. Qui, nell'interpretazione di Hebert von Karajan. Lacrimosa dal Requiem (versione consigliatami da Sandro Jr che ne sa parecchio). Poi fate voi.

venerdì 25 marzo 2016

Standin ovation in cielo

"La sola legge che non ho infranto è quella di gravità", ciao Paolo Poli, creatura libera.


Architetture armoniche e incastri narrativi, ovvero gli insegnamenti di J. S. Bach

J.S.Bach


Che J.S. Bach fosse un genio della musica non serve che lo dica. Ma non è questo che mi interessa ribadire, piuttosto mi interessa sottolineare quello che i suoi lavori possono consegnare a chi, come me, non è musicista: in termini narrativi, le sue architetture armoniche sono un insegnamento magistrale sulle potenzialità tecniche di una composizione. 
Ecco qui una struttura in tre atti, dove Bach gioca a sostituire, rovesciare, scambiare, sovrapporre: farlo durante la stesura di un racconto, per esempio, apre a relazioni e possibilità originali. Guardate ascoltate e ammirate questo video. 
Ringrazio per tutto il bravo Marco Franzoso che me lo ha suggerito.

martedì 22 marzo 2016

Johnny, e i pianoforti di Liverpool


Da qualche anno, mi capita di andare a Liverpool d'estate. Ci passo veloce qualche ora, giusto il tempo di passeggiare sui docks per sventolarmi i capelli (Liverpool è una città parecchio ventosa, sappiatelo). 


                               Liverpool (foto che ho scattato da finestra con vista)

Una città che a me, al di là di tutto quel che può offrire, richiama un nome: Beatles. Non parlerò di loro, perché certe cose son troppo private: se proprio devo dirne qualcosa, sappiate che amo i Beatles e le loro canzoni, che mi hanno consegnato mondi ed emozioni, e che sono affari miei. 
Parlerò di Liverpool e di musica, comunque, e di come pianoforti colorati siano stati seminati qua e là per la città così che la gente, ma proprio chiunque tra la gente, possa sedersi allo sgabello e suonare.

        tipo qui:



 A me, è capitata questa cosa a Liverpool One (enorme centro commerciale) a cui ogni tanto ripenso e un motivo ci sarà. Perché stavo camminando sotto una pioggia appena accennata (del tipo che dopo un poco che sei in Inghilterra manco più ci badi) quando ho sentito che qualcuno, al pianoforte lungo la passeggiata principale, stava suonando. Era un tipo di quelli che capisci subito che la musica la conoscono, la suonano per il gusto di suonarla per sé, e lo fanno con quel talento che si traduce in naturalezza, e il trasporto felice che è un tratto tipico dei semplici: giocano con i tasti e tu, che ascolti, te la godi. Si intuisce facilmente dai miei discorsi che non sono una critica musicale, non me ne intendo, ma se qualcuno suona in un modo che mi ferma, non so: io dico che qualcosa vale. Mi sono messa ad ascoltare, e l'ho fatto a lungo. 
A suonare era Johnny, così mi ha detto di chiamarsi. Cappello un po' vissuto in testa, un tipo con gli occhi cerulei del nord, la pelle segnata dal vento dei docks, lo sguardo sereno di chi capita per caso a una festa e se ne sta in disparte, e il sorriso umile e imbarazzato davanti a un complimento che vorrebbe essere una ola.
Johnny suona, canta, e qualcosa attorno a lui si muove. Non chiedetemi come faccia, ma è così. Forse è la musica, o il suono del piano, o l'aria di Liverpool, o lui che ha il talento di un dio. Non lo so. Gli ho chiesto da dove venisse, ma lui è stato vago. Però mi ha detto dove mangiare bene ai docks, dove trovare birra di un buono vero, quali pianoforti di Liverpool hanno l'acustica migliore. Poi, con un sorriso timido, mi ha detto: "divertiti".
Non so dove sia adesso, Johnny. Forse a farsi una birra di quelle vere. Io conto di ritrovarlo, a luglio, perché come lui pochi.
Johnny, timidamente ripreso: Johnny

BoaInterviste#1 Matteo Scandolin, ovvero la narrazione digitale


Lo chiamo mentre è a Londra a registrare puntate di Querty. Lui è Matteo Scandolin, uno dei pochi a cui faccio leggere in anteprima le cose che scrivo anche in prima stesura (sant’uomo) e che ha fatto l’editing dei racconti (ancora pochi) che ho finora scritto e pubblicato. Instancabile e profondo conoscitore del web (nonché ipercritico con i film – ma proprio tutti eh - che gli propongo di vedere, e propositivo ma implacabile sui racconti che scrivo, ma questo forse non c’entra) credo Matteo sia il più grande innamorato del digitale, e di quel che il digitale possa narrare e proporre, che io conosca. Tramite lui, sto intuendo che le forme digitali di narrazione sono realtà vive, concrete, e in crescita esponenziale. Non conoscerle, o peggio ignorarle, è da moderni analfabeti.


 Matteo Scandolin, a Londra, assorto scalzo e spettinato su un tappeto (foto di Lucia Rinolfi)

“Ho aperto un blog”, e lui “su che piattaforma?”. Voglio dire, le prime domande che una si aspetta sono di cosa parli? perché lo fai? da quando hai mente un blog, e non me lo hai mai detto? Ma forse Matteo si fida, forse non gli interessa saperlo, resta il fatto che sul contenuto non mi fa una sola domanda (tanto sa che glielo dirò io, senza che lo chieda). Lui vuole sapere ”su che piattaforma”: il suo interesse si è acceso sul digitale. Lui parte da lì.
“Me la rilasceresti un’intervista?” e lui “ok, vai con le domande”
Io: Spiega tu chi sei, vai.
Matteo: Dunque, sono nato a Venezia nell’82, sono cresciuto a Mestre. Mia madre mi ha fatto nascere a Venezia perché io potessi dire: sono nato a Venezia: ha sempre un certo fascino. Ho contribuito a fondare inutile nel 2005, l’ho diretto dal 2007, poi dal 2012 ho iniziato a fare podcast. Nel 2015 ho contribuito a fondare Querty. Faccio podcast e riviste. Una volta scrivevo racconti, ma per la fortuna di tutti ho smesso. Poi siccome mi è venuta la noia assoluta per l’editoria e tutti i discorsi che si fanno intorno a essa - ma anche agli scrittori, e allo scrivere - nel 2016 ho fondato assieme a Claudio Serena una succursale di inutile, che si chiama No Rocket Science e si occupa esclusivamente di tecnologia e cultura.
Io: Non so perché hai smesso di scrivere, ma vabbè, come al solito mi fido. Fai comunque un sacco di roba, e che gran roba. Che stai combinando ora a Londra?
Matteo: (Scusa, un appunto: ho smesso di scrivere perché magari avevo del talento, ma non era la mia strada. C’è tanta gente che sa scrivere meglio di me, e non vedo perché introdurre nel mondo delle cose che non sono belle e valide come quelle di chi sa scrivere davvero.)
Venendo all’ultima domanda: sono a Londra per proseguire nella registrazione del podcast che sto producendo assieme a Lucia Rinolfi, per Querty. È un progetto che è partito alla carlona, e si è rivelato molto più profondo di quello che pensassimo. La prima puntata è uscita giovedì scorso: ce ne sono altre sei. E noi siamo davvero orgogliosi di quello che abbiamo fatto.
Io: Cos’è Querty?
Matteo: Querty è un network di podcast. I podcast sono come la radio, ma senza la radio e meglio della radio. Parliamo di cultura pop e meno pop, affrontando cinema, musica, giochi di ruolo, fumetto, fantascienza, e altro ancora. Abbiamo vinto come miglior radio online nel 2015 e realizzato il più lungo streaming audio del mondo (56 ore, 12 minuti ininterrotte).
Io: Da quando ti svegli a quando  vai  a dormire, quanto del tuo tempo, pensieri, energie sono riservati alla tua presenza sul web? E quanto risente della tua passione per la narrazione in senso largo? 
Matteo: Della mia presenza sul web mi interessa davvero poco: se la gente conosce inutile, Querty o No Rocket Science e pensa che siano delle produzioni eccellenti e belle e care al loro cuore, ma non sanno che dietro ci sono, in parte, io: chi se ne ciava. Quello che mi interessa è riuscire a produrre dei contenitori di cose interessanti e che questi contenitori siano diffusi il più possibile, perché credo che quello che facciamo sia davvero interessante e non inquini la qualità dell’aria, come direbbe la cara Sara Pavan. D’altro canto, credo che tutto quello che faccio sia influenzato dalla mia formazione come narratore. A raccontare storie in forma di libri facevo ridere i polli, allora le racconto sotto altre forme. I link che mettiamo su No Rocket Science, forse, se saremo bravi, chissà, devi dirmelo tu, ma io ci spero, presi nel loro insieme tra 5 anni, racconteranno da una parte quello che è successo in ambito tecnologico e come questo ha influenzato il nostro modo di fare cultura, e dall’altro espongano anche la nostra visione, su questa storia.
Io: Mi piace assai!
Matteo: Grazie! Il problema è sempre sul lungo periodo, ma per il breve periodo i complimenti fanno bene e danno energia. Se vuoi aiutare sul lungo periodo, puoi associarti a inutile, o a Querty. (Sì, lo so che sei già socia di inutile: ma magari i tuoi lettori no!)
Io: Come vedi il presente e il futuro del digitale?
Matteo: Ah, boh, bene direi. C’è un po’ di razzismo, ma è normale: è successo durante tutte le innovazioni. Il digitale è stato affrontato malissimo e adesso ci si è rassegnati a sopportarlo, nella speranza che vada via il prima possibile. Non credo che se ne andrà (a meno che non accada una guerra nucleare stile Ken il guerriero), e anzi, crediamo che abbia portato possibilità enormi, che bisogna solo saper riconoscere, gestire. D’altro canto, qualche secolo fa ci furono gli oppositori al libro stampato, opera del demonio: quelli che non sopportano l’ebook gli fan le pippe, a confronto.

Saluto Matteo con il consueto ci sentiamo presto, e ringraziandolo. In conclusione: è chiaro che la strada del digitale chi la ferma più. Però va capita e conosciuta: per gestirla, affrontarla al meglio, sfruttarne le possibilità.
Intanto ecco qui Querty: buon ascolto, buon viaggio, buona narrazione

  

domenica 20 marzo 2016

C'era una volta...

"C'era una volta" è l'inizio delle fiabe. Ma è anche il titolo di uno dei programmi televisivi RAI, inspiegabilmente cancellati, più interessanti degli ultimi anni. Per me, una delle "boe" a cui aggrapparsi per non perdersi cosa sia il mondo, cosa possa essere o diventare. Autore è Silvestro Montanaro (classe 1956) che ha costruito, puntata dopo puntata, una serie di reportages dove la voce narrante fa emergere trama e personaggi nel lucido realismo che solo i veri narratori consegnano. 
Le storie di "C'era una volta" sono spietate, e non lasciano dubbi: spaccati feroci di cosa possa essere l'esistenza, storie di carne e fatica, soprusi e violenze, diritti negati, ma anche tenerezza e speranza. 
Molti dei reportages di Montanaro sono stati acquistati e trasmessi in diversi paesi del mondo, altri sono stati utilizzati come testimonial per campagne sociali, e alcuni hanno ricevuto premi prestigiosi nella categoria "documentari prodotti dalla tv pubblica". In RAI sono stati cancellati. Noi li conserveremo. 
Qui sotto,  "La carne fresca", di Silvestro Montanaro, in collaborazione con Barbara Rossi Prudente  https://www.youtube.com/watch?v=4WryfYFzH


benvenuti

Dopo anni di gestazione, oggi, primo giorno di primavera 2016, nasce Le Boe di Carta.
 Un tentativo, un esperimento. Perché raccontare, condividere letture, storie, fatiche, non puoi mai sapere in anticipo dove ti porterà. Lo vedi mano a mano. E io sono curiosa.
Un abbraccio, e a presto.