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giovedì 14 aprile 2016

Artisti artigiani, ovvero far bene le cose sempre. The Sonnets di W. Shakespeare

Voglio dire, se sei quello che ha scritto Hamlet, per dirne una, o Macbeth, o Romeo and Juliet o King Lear, e molte altre opere teatrali dove hai saputo raccontare le sfumature tutte dell'animo umano, ti puoi anche divertire e cercare versi leggeri, e così puoi scrivere, toh, dei sonetti.



   Portrait of William Shakespeare by John Taylor © National Portrait Gallery, London  

L'ho sempre un poco visto così, il "mio" Willy: capace di sviscerare gli animi e le intelligenze, smascherare meschinità e descrivere grandezze, senza giudicare, senza moraleggiare, semplicemente raccontando. E poi, quasi in vacanza, in pausa tra una seria fatica e l'altra, magari sotto a un albero, o posato a un muretto divisorio tra un campo e un orto, o al tavolo di una malfamata locanda, con la solita serietà dell'artigiano che fa sempre bene il suo lavoro, farsi utili i sonetti, scrivere versi for pleasure, ma non per questo buttarli giù come vengono, con l'atteggiamento del "come pijo pijo tanto sò già famoso", che a dirsela tutta avrebbe anche potuto dirlo, era William Shakespeare, lui, eh. The Sonnets sono sempre stati questo per me: l'avvertimento di Shakespeare agli artisti. 
Racconta o rappresenta con devozione e cura, fai al tuo meglio il tuo lavoro qualsiasi lavoro sia, allestisci con cura assoluta ogni cosa porti il tuo nome. In pratica, sonetti o opere teatrali, rivolto a un pubblico vasto o ad una singola persona, tutto va fatto al meglio, o non si chiama arte. Perché i sonetti saranno anche brevi e leggeri, ma son arte pure loro se li scrivi come si deve.

E non si può non leggerne uno, che perdonate ma è il mio preferito.

Sonnet 130


My mistress’ eyes are nothing like the sun;

Coral is far more red than her lips’ red;

If snow be white, why then her breasts are dun;

If hairs be wires, black wires grow on her head.

I have seen roses damasked, red and white,

But no such roses see I in her cheeks;

And in some perfumes is there more delight

Than in the breath that from my mistress reeks.

I love to hear her speak, yet well I know

That music hath a far more pleasing sound;

I grant I never saw a goddess go;

My mistress when she walks treads on the ground.

And yet, by heaven, I think my love as rare

As any she belied with false compare.

(William Shakespeare, 1564 - 1616)





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