Portrait of William Shakespeare by John Taylor © National Portrait Gallery, London
L'ho sempre un poco visto così, il "mio" Willy: capace di sviscerare gli animi e le intelligenze, smascherare meschinità e descrivere grandezze, senza giudicare, senza moraleggiare, semplicemente raccontando. E poi, quasi in vacanza, in pausa tra una seria fatica e l'altra, magari sotto a un albero, o posato a un muretto divisorio tra un campo e un orto, o al tavolo di una malfamata locanda, con la solita serietà dell'artigiano che fa sempre bene il suo lavoro, farsi utili i sonetti, scrivere versi for pleasure, ma non per questo buttarli giù come vengono, con l'atteggiamento del "come pijo pijo tanto sò già famoso", che a dirsela tutta avrebbe anche potuto dirlo, era William Shakespeare, lui, eh. The Sonnets sono sempre stati questo per me: l'avvertimento di Shakespeare agli artisti.
Racconta o rappresenta con devozione e cura, fai al tuo meglio il tuo lavoro qualsiasi lavoro sia, allestisci con cura assoluta ogni cosa porti il tuo nome. In pratica, sonetti o opere teatrali, rivolto a un pubblico vasto o ad una singola persona, tutto va fatto al meglio, o non si chiama arte. Perché i sonetti saranno anche brevi e leggeri, ma son arte pure loro se li scrivi come si deve.
E non si può non leggerne uno, che perdonate ma è il mio preferito.
Sonnet 130

Nessun commento:
Posta un commento