Andare al Salone del Libro di Torino è diventata per me una tradizione. Ci vado perché ci ritrovo persone a me assai care, in una città asburgica ma tenera, mai avara per me di sorprese.
Entrare al Salone significa sperimentare quella che credo possa essere stata Babele la Mitica: in un immenso ambiente, alto e suddiviso in un numero enne di settori, tutti parlano contemporaneamente e più o meno vedono di capirsi. Il punto non è ascoltare, ma il fatto di essere lì. Ci sono gli incontri, frenetici e spezzettati, tra uno stand e l'altro, con l'incessante onnipresente eco di frasi passi risate, pianto di bimbi e selfie tra amici, mordicchiare di panini e palloncini svolazzanti, volantini e musica, pulviscolo di frasi e suoni, tutto in un'onda continua di libri che si spostano di mano in mano, di scaffale in scaffale.
Non mi interessa parlare delle considerazioni affaristiche degli editori, ma pensare ai lettori, che ritrovano, dentro a quel salone, chi ha inventato e raccontato le storie che hanno amato o stanno amando: scoprono pure che si tratta di gente molto normale ma ahime assai convinta di non esserlo affatto.
Il Salone è una forma contemporanea di bolgia infernale, con tanto di app e illustri partecipanti. E come tutte le bolge ha il fascino ed il magnetismo che il paradiso se li sogna, e così continuiamo a frequentarlo, come in una caotica e frammentata gita.
Al Salone si ritrovano vecchi amici: Giorgio Vasta, qui con Aldo Nove per "Anteprima Mondiale", ed. La Nave di Teseo


Ci sono posti che sono casa tua. Per me lo sono il Festival Blues di Pistoia, Il Maggio fiorentino, l'Auditorium di Roma, qualche locale semisconosciuto della periferia romana, col suo piccolo palco e i suoi suoni di fondo che si mischiano a un jazz improvvisato, grezzo, famigliare.
RispondiEliminaQuante forme può assumere il paradiso?
Tutte quelle dei luoghi in cui stiamo bene, credo. Ciao Sandro, un abbraccio forte :*
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