Un mio racconto qui, oggi
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mercoledì 26 ottobre 2016
domenica 11 settembre 2016
"La brevedad puede ser infinita"
"La brevità può essere infinita". Così si presenta Andrés Neuman nel suo blog microrréplicas: frase semplice (ma in rosso) sopra il disegno stilizzato del suo viso. Come dire: io son questo.
E non scherza.
Nei suoi testi, la scarnificazione dei contenuti e il centellinare delle parole portano il lettore dentro alla storia e poi lo ributtano fuori, a immaginare il "non detto" perché evocato ad ogni riga.
Io non posso non dirvelo che questo giovane scrittore è talento che incanta, senza intimidire. Semplicità apparente, lavoro di cesello.
Leggetelo: è una folgorazione.
LE Cose che non Facciamo, ed SUR
E non scherza.
Nei suoi testi, la scarnificazione dei contenuti e il centellinare delle parole portano il lettore dentro alla storia e poi lo ributtano fuori, a immaginare il "non detto" perché evocato ad ogni riga.
Io non posso non dirvelo che questo giovane scrittore è talento che incanta, senza intimidire. Semplicità apparente, lavoro di cesello.
Leggetelo: è una folgorazione.
LE Cose che non Facciamo, ed SUR
Andrés Neuman alla libreria Zabarella a Padova, il 7 settembre 2016
mercoledì 3 agosto 2016
La Sigaretta, un micro racconto
Consentitemelo, perché queste sono boe per me
(racconto pubblicato in data odierna, 3.8.2016)
La Sigaretta, by Elena Gottardello
La Sigaretta, by Elena Gottardello

Colette
sabato 11 giugno 2016
Due metri per tre
Due metri per tre (per l'esattezza 202x301,5) è la misura di un dipinto a olio su tela appeso nella Room 41 della National Gallery di Londra, giusto davanti a una grande porta di legno, in fondo alla sala. Credo sia un effetto voluto: tu arrivi dall'atrio, dopo la Room 43 (non passate per la Room 34), lasci sulla destra la Room 42 e per accedere alla sala 41 spingi la maniglia di ottone, l'elegante porta scivola, passi dentro, e il dipinto sta lì, piazzato davanti a te. In due metri per tre di bellezza elementare. Entri nella sala e già ne sei fuori perché passi dritta dritta sull'erba del dipinto.
Bathers at Asnières (1884) è una scena semplice, di gente semplice, che fa una cosa semplice in una giornata semplice. Ma non c'è nulla di scontato e casuale e banale. La tecnica maniacale e perfetta dell'esecuzione si traduce in freschezza sulla tela: dei gesti, della scena, dei soggetti. La placidità di un pomeriggio domenicale, in riva alla Senna in un sobborgo parigino, operai che riposano in silenzio nei loro abiti buoni e pratici. Nessuno parla, in questo dipinto, e si avverte subito: l'unico suono che arriva è acqua che scorre, la coda del cane che scodinzola e accarezza l'erba, brezza, scivolare di una barca, il fischio del treno lontano. Immagino il richiamo di un gabbiano fuori dall'inquadratura. Gesti solitari e rilassati, sguardi semplici, in cerca di bellezza dopo una quotidianità grigia.
Georges Seurat ha creato questo dipinto con cura: me lo immagino mentre associa colori e ne studia l'effetto, prova e scarta e riprova, fino a ottenere l'effetto che lo convinca.
Chapeau, Monsieur Seurat.
Godetene
Bathers at Asnières qui
domenica 15 maggio 2016
Salone e dintorni, ovvero punti fermi e caos
Andare al Salone del Libro di Torino è diventata per me una tradizione. Ci vado perché ci ritrovo persone a me assai care, in una città asburgica ma tenera, mai avara per me di sorprese.
Entrare al Salone significa sperimentare quella che credo possa essere stata Babele la Mitica: in un immenso ambiente, alto e suddiviso in un numero enne di settori, tutti parlano contemporaneamente e più o meno vedono di capirsi. Il punto non è ascoltare, ma il fatto di essere lì. Ci sono gli incontri, frenetici e spezzettati, tra uno stand e l'altro, con l'incessante onnipresente eco di frasi passi risate, pianto di bimbi e selfie tra amici, mordicchiare di panini e palloncini svolazzanti, volantini e musica, pulviscolo di frasi e suoni, tutto in un'onda continua di libri che si spostano di mano in mano, di scaffale in scaffale. Non mi interessa parlare delle considerazioni affaristiche degli editori, ma pensare ai lettori, che ritrovano, dentro a quel salone, chi ha inventato e raccontato le storie che hanno amato o stanno amando: scoprono pure che si tratta di gente molto normale ma ahime assai convinta di non esserlo affatto. Il Salone è una forma contemporanea di bolgia infernale, con tanto di app e illustri partecipanti. E come tutte le bolge ha il fascino ed il magnetismo che il paradiso se li sogna, e così continuiamo a frequentarlo, come in una caotica e frammentata gita. Al Salone si ritrovano vecchi amici: Giorgio Vasta, qui con Aldo Nove per "Anteprima Mondiale", ed. La Nave di Teseo
Entrare al Salone significa sperimentare quella che credo possa essere stata Babele la Mitica: in un immenso ambiente, alto e suddiviso in un numero enne di settori, tutti parlano contemporaneamente e più o meno vedono di capirsi. Il punto non è ascoltare, ma il fatto di essere lì. Ci sono gli incontri, frenetici e spezzettati, tra uno stand e l'altro, con l'incessante onnipresente eco di frasi passi risate, pianto di bimbi e selfie tra amici, mordicchiare di panini e palloncini svolazzanti, volantini e musica, pulviscolo di frasi e suoni, tutto in un'onda continua di libri che si spostano di mano in mano, di scaffale in scaffale. Non mi interessa parlare delle considerazioni affaristiche degli editori, ma pensare ai lettori, che ritrovano, dentro a quel salone, chi ha inventato e raccontato le storie che hanno amato o stanno amando: scoprono pure che si tratta di gente molto normale ma ahime assai convinta di non esserlo affatto. Il Salone è una forma contemporanea di bolgia infernale, con tanto di app e illustri partecipanti. E come tutte le bolge ha il fascino ed il magnetismo che il paradiso se li sogna, e così continuiamo a frequentarlo, come in una caotica e frammentata gita. Al Salone si ritrovano vecchi amici: Giorgio Vasta, qui con Aldo Nove per "Anteprima Mondiale", ed. La Nave di Teseo
mercoledì 27 aprile 2016
E improvvisamente tacque
Ho conosciuto e amato subito di amore assoluto e imperituro Lev Tolstoj a 14 anni, e mi è naturale cercare di tenere a mente quanto ha scritto, farne tesoro, provare a imparare da lui tecniche narrative, e poi vita, persone, fatti, esempi, caratteri, idee, incoerenze, insuccessi, umane meschinità e debolezze.
Lev Tolstoj
Mi ero ripromessa che qui non avrei scritto citazioni se non in casi particolari, ma questa citazione, in particolare la sua chiusura, credo sia uno dei moniti più importanti che si possano ricordare.
«Sì, tutto è stato come non avrebbe dovuto essere», si disse, «ma non importa. Si può, si può fare come dovrebbe essere. Ma come dovrebbe essere?» sì domandò, e improvvisamente tacque.
Lev Tolstoj, La morte di Ivan Il’ič
giovedì 14 aprile 2016
Artisti artigiani, ovvero far bene le cose sempre. The Sonnets di W. Shakespeare
Voglio dire, se sei quello che ha scritto Hamlet, per dirne una, o Macbeth, o Romeo and Juliet o King Lear, e molte altre opere teatrali dove hai saputo raccontare le sfumature tutte dell'animo umano, ti puoi anche divertire e cercare versi leggeri, e così puoi scrivere, toh, dei sonetti.
L'ho sempre un poco visto così, il "mio" Willy: capace di sviscerare gli animi e le intelligenze, smascherare meschinità e descrivere grandezze, senza giudicare, senza moraleggiare, semplicemente raccontando. E poi, quasi in vacanza, in pausa tra una seria fatica e l'altra, magari sotto a un albero, o posato a un muretto divisorio tra un campo e un orto, o al tavolo di una malfamata locanda, con la solita serietà dell'artigiano che fa sempre bene il suo lavoro, farsi utili i sonetti, scrivere versi for pleasure, ma non per questo buttarli giù come vengono, con l'atteggiamento del "come pijo pijo tanto sò già famoso", che a dirsela tutta avrebbe anche potuto dirlo, era William Shakespeare, lui, eh. The Sonnets sono sempre stati questo per me: l'avvertimento di Shakespeare agli artisti.
Racconta o rappresenta con devozione e cura, fai al tuo meglio il tuo lavoro qualsiasi lavoro sia, allestisci con cura assoluta ogni cosa porti il tuo nome. In pratica, sonetti o opere teatrali, rivolto a un pubblico vasto o ad una singola persona, tutto va fatto al meglio, o non si chiama arte. Perché i sonetti saranno anche brevi e leggeri, ma son arte pure loro se li scrivi come si deve.
E non si può non leggerne uno, che perdonate ma è il mio preferito.
Sonnet 130
Portrait of William Shakespeare by John Taylor © National Portrait Gallery, London
L'ho sempre un poco visto così, il "mio" Willy: capace di sviscerare gli animi e le intelligenze, smascherare meschinità e descrivere grandezze, senza giudicare, senza moraleggiare, semplicemente raccontando. E poi, quasi in vacanza, in pausa tra una seria fatica e l'altra, magari sotto a un albero, o posato a un muretto divisorio tra un campo e un orto, o al tavolo di una malfamata locanda, con la solita serietà dell'artigiano che fa sempre bene il suo lavoro, farsi utili i sonetti, scrivere versi for pleasure, ma non per questo buttarli giù come vengono, con l'atteggiamento del "come pijo pijo tanto sò già famoso", che a dirsela tutta avrebbe anche potuto dirlo, era William Shakespeare, lui, eh. The Sonnets sono sempre stati questo per me: l'avvertimento di Shakespeare agli artisti.
Racconta o rappresenta con devozione e cura, fai al tuo meglio il tuo lavoro qualsiasi lavoro sia, allestisci con cura assoluta ogni cosa porti il tuo nome. In pratica, sonetti o opere teatrali, rivolto a un pubblico vasto o ad una singola persona, tutto va fatto al meglio, o non si chiama arte. Perché i sonetti saranno anche brevi e leggeri, ma son arte pure loro se li scrivi come si deve.
E non si può non leggerne uno, che perdonate ma è il mio preferito.
Sonnet 130
My mistress’ eyes are nothing like the sun;
Coral is far more red than her lips’ red;
If snow be white, why then her breasts are dun;
If hairs be wires, black wires grow on her head.
I have seen roses damasked, red and white,
But no such roses see I in her cheeks;
And in some perfumes is there more delight
Than in the breath that from my mistress reeks.
I love to hear her speak, yet well I know
That music hath a far more pleasing sound;
I grant I never saw a goddess go;
My mistress when she walks treads on the ground.
And yet, by heaven, I think my love as rare
As any she belied with false compare.
(William Shakespeare, 1564 - 1616)
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